La domanda viene quasi sempre dopo: dopo aver visto qualche cantiere, dopo aver ricevuto un preventivo, dopo aver immaginato il nuovo layout. Ma la scelta tra rifare la sede attuale e trasferirsi si porta dietro implicazioni – di costo, di continuità operativa, di adattabilità futura – che è molto più efficiente affrontare prima. Lo spazio è una leva: ma prima bisogna capire se quella leva è la giusta.
Misurare lo spazio che già si ha
Il punto di partenza è una lettura per dati della sede attuale. Lo standard BOMA definisce la superficie netta utilizzabile – quella che il tenant occupa davvero – e permette di calcolare l'efficienza reale dell'edificio: quanto spazio è strutturalmente inutilizzabile, quanto è occupato da corridoi obbligati, quanto resta per i work setting. Un piano che sulla carta sembra capiente può risultare inefficiente una volta sottratte le aree di supporto. È un calcolo che svela il potenziale reale, prima di qualsiasi decisione.
Capire cosa serve davvero: la survey prima della scelta
Ridisegnare gli spazi senza sapere come il team lavora significa rischiare di ottimizzare l'esistente senza abilitare il cambiamento necessario. Con interviste e survey ricostruiamo la giornata tipo di ogni gruppo di lavoro: quante ore si trascorre in sede, con quale mix di concentrazione e collaborazione, quante persone si sovrappongono negli stessi orari. Quelle esigenze – espresse e latenti – diventano il programma funzionale: il dato che dice se la sede attuale può ospitarle o se la conformazione dell'edificio le esclude strutturalmente. La survey è il primo passo per smettere di decidere d'istinto.
I criteri per decidere
La scelta tra restare e spostarsi si riduce a tre assi misurabili. Il primo è l'efficienza spaziale: l'analisi BOMA dice se i mq contrattualizzati sono davvero utilizzabili per il modello di lavoro che si vuole abilitare, o se la conformazione dell'edificio lo impedisce. Il secondo è il costo totale: ristrutturare nella sede attuale comporta un cantiere a spazio occupato e i costi impliciti della discontinuità; trasferirsi ha i suoi – trasloco, adeguamento del nuovo spazio, tempo di ricerca. Il confronto va fatto su un orizzonte di almeno cinque anni. Il terzo è la continuità operativa: un team che lavora in presenza intensa tollera meno il cantiere; un team con alta flessibilità sulle giornate può continuare a lavorare durante i lavori. Lo stesso spazio può avere esiti diversi a seconda di chi ci lavora e come.
Lettura d'esempio, schematica: ogni progetto pesa diversamente i tre assi. I pallini pieni indicano un'intensità qualitativa.
In entrambi gli scenari, rifare in sede o spostarsi, conta chi gestisce i lavori. ARCHIlabs li segue con un team multidisciplinare consolidato – architetti, ingegneri meccanici ed elettrici, urbanisti – che copre anche direzione lavori, direzione artistica e collaudi: progettazione e attuazione restano sotto lo stesso studio, dall'analisi fino alla consegna.